
Le Ferrovie Meridionali Sarde vennero aperte al traffico nel 1926, e rimasero in esercizio per quasi cinquant’anni, attraversando il Sulcis-iglesiente con le loro locomotive a vapore e le loro automotrici. Nei primi decenni della loro esistenza svolsero un servizio fondamentale per il trasporto dei minerali, oltre che delle popolazioni locali. Il declino dell’attività estrattiva coincise con quello di questa ferrovia, che venne definitivamente chiusa nel 1974. Oggi, a guardare il tracciato di quella ferrovia, che da Siliqua raggiungeva Calasetta attraversando il magnifico territorio collinare tra Narcao e Santadi, è inevitabile pensare a quale meravigliosa ferrovia turistica oggi avremmo potuto avere a disposizione. Turisti e crocieristi avrebbero potuto salire sul treno FS alla stazione di Cagliari, per poi passare al “Trenino Verde Sulcitano” nella stazione di cambio di Siliqua, e stazione dopo stazione andare a visitare il sito minerario di Rosas, le cantine di Santadi, le spiagge dell’Isola di Sant’Antioco, e da Calasetta raggiungere in traghetto Carloforte. Ma se ancora oggi ci ritroviamo a pestare caschetti a terra, questuando che il “benefattore” di turno elemosini un po’ di buste paga in cambio dell’allargamento dei devastanti bacini di fanghi rossi di Portovesme, contribuendo in modo determinante a mantenere il territorio in una servilistica situazione di subalternità di stampo feudale, è evidente che noi quel trenino, quell’economia turistica, quella possibilità di vivere delle nostre risorse con DIGNITA’, non ce le meritiamo.
IL DIARIO DI VIAGGIO DELL’ESCURSIONE



Quest’escursione ci ha consentito di pedalare attraverso alcuni dei patrimoni ambientali, archeologici e culturali più belli e rappresentativi del Sulcis: le Ferrovie Meridionali Sarde e le aree minerarie di Rosas e Orbai.
Tutte le volte che vado in mtb lungo il tracciato delle Meridionali, provo lo stesso stupore davanti alla bellezza di quel percorso che, da oltre quarant’anni, è letteralmente ignorato da tutti (e per “tutti” intendo non solo i soliti politici, la cui sciatteria e insensibilità davanti a questi patrimoni è ormai nota e manifesta, ma intendo soprattutto tutti noi Sardi, ciascuno per la sua parte).
Il “campo base” di quest’escursione è stato la stazione FS di Siliqua, punto di partenza e di arrivo. Da lì, abbiamo seguito il tracciato delle FMS che però, nei primi chilometri, è stato occupato da aziende agricole e fattorie, il che ci ha costretto a pedalare su asfalto per circa 2km.
Trovato finalmente il tracciato ferroviario, ci siamo lentamente trovati immersi in quell’atmosfera che rende differente il pedalare su quest’antica ferrovia rispetto agli altri percorsi per mountain bike.
I caselli diroccati lungo il percorso stanno lì a ricordare che, fino a tutti gli anni ’60, là “correvano” locomotive a vapore con carri carichi di minerale o con carrozze su cui viaggiavano le generazioni che ci hanno preceduto.
Al km5 il tracciato passa sotto la rocca di Acquafredda, dove sono presenti le rovine dell’omonimo castello, con una “vista dal treno” particolarmente suggestiva.
Circa 2km più avanti, poi, il tracciato ferroviario si trasforma in un single track in cui l’unico indizio del suo passato “ferroviario” è dato dalla ghiaia che ricopre il sentiero (rendendo abbastanza faticosa la pedalata). La vegetazione, nei quarantotto anni trascorsi dalla chiusura della linea, si è infittita lasciando giusto lo spazio per poter passare con la bici (il sentiero è utilizzato dai cacciatori per la caccia al cinghiale, motivo per cui, durante la stagione di caccia, è “sconsigliabile” percorrerlo la domenica).

Il “single track ferroviario” dura circa 2km, fino a raggiungere la statale, dove ci si deve riportare sull’asfalto. In quel tratto, infatti, la ferrovia correva su un terrapieno che fiancheggia la strada, ma il percorso, bello e suggestivo, è al momento impraticabile perché ostruito da arbusti e altra vegetazione.



La ferrovia però è sempre lì, “a portata di bici”, e così dopo circa 1km, in corrispondenza di un ponte ferroviario posto davanti a una curva a gomito della statale, abbiamo ripreso a pedalare dove un tempo passavano i binari, lungo un tratto di 3km in cui la ferrovia comincia ad assumere caratteristiche da linea di montagna. I ponti lungo il percorso si fanno via via più numerosi e, soprattutto, sempre più alti, mentre intorno i boschi si estendono a perdita d’occhio tra le colline.


Si torna quindi sull’asfalto per poco più di 1km finchè, al km16.7 della linea ferroviaria, si arriva a quella che un tempo era la stazione di valico di Campanasissa. Alcuni anni fa uno degli edifici della stazione era stato trasformato in un bar-ristorante molto carino, ma in quest’occasione l’abbiamo trovato chiuso e con affisso un cartello “vendesi”. Peccato, ma se un giorno questo tracciato ferroviario verrà valorizzato, questo locale potrà avere la fortuna che merita. Immaginiamo i gruppi di crocieristi che, scesi dal treno alla stazione FS di Siliqua, ripercorrono in bici la ferrovia fino al valico, pranzano nel ristornate di Campanasissa e poi, felici e contenti per pranzo ed escursione sontuosi, rientrano rapidamente a Siliqua lungo il percorso tutto in discesa. Questo potrebbe avvenire per 365 giorni all’anno ma… drinnnnn!!!!!, fine del sogno, queste sono cose che accadono nei posti normali, non nell’isola del fiero popolo dei quattro mori che questua pane e veleno con le braghe abbassate; o meglio, fieramente abbassate (perché noi abbiamo il porchetto arrosto, il cannonau, il mirto, e quindi siamo fieramente molto più toghi de sos continentales…).


Lasciata Campanasissa, abbiamo percorso 2km in discesa su asfalto, per poi immetterci nuovamente sulla ferrovia in quello che è il tratto più bello. Superata una galleria, il tracciato passa per dei terrapieni sospesi nel vuoto, attraversa delle trincee scavate nella roccia e poi, all’improvviso, si trova davanti una successione di quattro ponti in pietra, bellissimi, uno dei quali è posto in curva e ha un’altezza di circa trenta metri.




Siamo arrivati così a Terrubia, la cui stazione (ancora in ottime condizioni) tra il 1970 e il 1974 era diventata il capolinea della tratta che arrivava da San Giovanni Suergiu, perché la tratta Siliqua-Terrubia era stata nel frattempo chiusa (dopo la realizzazione del lago artificiale di Bau Pressiu).
Da Terrubia il “tema” della nostra escursione è cambiato, passando da “ferroviario” a “minerario”. Lasciato l’antico tracciato, abbiamo svoltato a destra in direzione di Miniera Rosas, splendido sito minerario avvolto dai boschi e valorizzato a fini turistici. La miniera infatti dispone di un museo, visitabile tutti i giorni, e di un bar-ristorante dove si mangia benissimo. Per informazioni, suggerisco di visitare il loro sito internet: http://ecomuseominiererosas.it/ .



Dopo la sosta al provvidenziale punto ristoro, l’escursione è proseguita, ma soprattutto… la strada si è impennata! Per 3km, infatti, abbiamo pedalato su pendenze costantemente tra il 10 e il 15%, fino a giungere al valico e quindi proseguire verso l’area mineraria di Orbai.
Il percorso, se possibile, è diventato ancora più bello, sviluppandosi all’interno del bosco e correndo lungo autentiche gallerie d’alberi. Le ripide pendenze stavolta le abbiamo trovate lungo la velocissima discesa, che ci ha portato fino a Orbai e quindi sulla piana di Siliqua.




L’ultimo tratto dell’escursione si è svolto percorrendo tratturi di campagna, per poi chiudersi davanti alla stazione di Siliqua.

Ma… ma in realtà l’escursione non si è chiusa lì perché, a pochi passi dalle nostre auto, abbiamo trovato un bar e lì, come è giusto che sia, abbiamo concluso la nostra giornata in mountain bike davanti a “qualche” birra!

Considerazioni sull’escursione: abbiamo scelto tra tre differenti percorsi che avevamo preparato. L’itinerario prescelto è il più impegnativo dei tre, e può essere classificato come di media difficoltà (gli altri due sono da considerarsi invece facili). Per essere affrontato, quindi, richiede un buon allenamento dal punto di vista fisico; dal punto di vista tecnico, poi, non ci sono difficoltà particolari, ma per pedalare sulla ghiaia della massicciata ferroviaria (ancora presente in abbondanza) bisogna saper andare in mtb, per evitare cadute dovute all’appoggio instabile delle ruote sul terreno; inoltre, la presenza della ghiaia richiede l’utilizzo di rapporti da salita anche nei tratti pianeggianti. La fatica comunque è ampiamente ripagata dalla bellezza degli scenari attraversati: ferrovia e aree minerarie sono luoghi favolosi, la cui valorizzazione non può più essere rimandata. E’ una questione di intelligenza (perché conviene), di necessità (siamo alla fame e dobbiamo inventarci un modo onesto per guadagnarci il pane) e, in definitiva, di dignità
