Una birra al bar dei limoni costa 2.40€, è fresca e se ne riempiono tre bicchieri.
Ma una birra al bar dei limoni costa anche 92km di mountain bike, seguendo un antico tracciato ferroviario lungo cui si alternano stretti sentieri, chilometri su ghiaia e altissimi ponti sospesi su meravigliosi boschi.
Ieri siamo andati a pagare il nostro debito…

Sul nostro sito internet sono stati pubblicati nel tempo diversi “diari di viaggio” delle escursioni lungo l’antico tracciato delle Ferrovie Meridionali Sarde. Questa volta quindi spostiamo l’attenzione dal percorso, il tracciato delle FMS, all’obiettivo di quest’ultima escursione: una birra al bar dei limoni!!
Ma cos’è il bar dei limoni? E’ un luogo sospeso nel tempo, posto di fronte a un’antica stazione ferroviaria, dove si può sorseggiare una birra fresca nella sua veranda, all’ombra di un grande albero di limoni.
Il tracciato dell’antica ferrovia che attraversava il Sulcis è incredibilmente bello, e continua ad affascinarci nonostante lo abbiamo percorso già diverse volte. Questa volta però, dobbiamo essere sinceri, ciò che ci ha convinto a saltare in sella è stata l’idea di poter bere una birra al fresco del grande albero.
La giornata ci è stata meteorologicamente favorevole; non capita spesso infatti, a fine luglio qui in Sardegna, che il sole venga nascosto dalle nuvole per tutta la mattina e fino al tardo pomeriggio. L’assenza del forte irraggiamento solare, oltre ad averci risparmiato un’arrostitura sulcitana, ha reso ancora più bello il paesaggio attraversato grazie alla luce tenue che ne ha enfatizzato il verde.
Perché lungo la ferrovia c’è verde ovunque, come non si vedeva in Sardegna da decenni, grazie a un inverno e una primavera piovosissimi. Ti accorgi dell’abbondanza d’acqua di cui ha beneficiato il terreno dall’erba verde ancora presente a bordo strada a fine luglio, quando la norma è che già a fine maggio sia completamente ingiallita e rinsecchita.
Le abbondanti piogge hanno inoltre contribuito a infittire la vegetazione, e così il tracciato ferroviario si è trasformato in molti tratti in uno stretto sentiero (perdonate se non uso il termine “single trek”, ma l’abuso di inglesismi mi è sempre sembrato roba da bimbiminkia e fighette che cercano di impressionare senza sapere cosa stanno dicendo). In particolare, il tratto presso il lago di Medau Zirimilis, avvolto dalla vegetazione già prima delle abbondanti piogge, adesso in molti punti è un autentico passaggio da cinghiali in cui ci si fa largo a spallate e “manubriate” con la mtb. Sia chiaro, niente di difficoltoso, i rametti sporgenti non offrono nessuna resistenza e invece aumentano il fascino di quel percorso.
Invece, come scritto nei resoconti delle precedenti escursioni, la ghiaia della vecchia massicciata ferroviaria, che ancora copre il piano stradale, aumenta la difficoltà del pedalare lungo il tracciato. L’aumenta sotto il profilo tecnico, perché essendo la ghiaia smossa e quindi cedevole, richiede di avere una buona padronanza del mezzo per evitare scivolate; e l’aumenta per quanto riguarda la fatica, perché la pendenza, compresa tra il 2-3%, in realtà equivale in termini di sforzo necessario a circa il 4% in più. In pratica, è come se si affrontasse una salita con una pendenza del 6-7%.

Ma veniamo alla “cronaca”. Questa volta, raggiunta la stazione FS di Siliqua (21km di bici lungo la vecchia “statale 130”, strada con pochissimo traffico ma da affrontare comunque prestando attenzione alle auto), siamo entrati nell’area della vecchia stazione FMS percorrendo a ritroso le ultime centinaia di metri della ferrovia. L’accesso in stazione avviene attraverso l’antico ponte in ferro, particolarmente suggestivo da percorrere in bici (prestando attenzione dato che, laddove un tempo erano presenti i binari, adesso il piano è aperto e una caduta sarebbe molto pericolosa).



La stazione è abitata, per cui è opportuno comportarsi educatamente, accontentandosi di osservarla da lontano. E’ molto interessante anche il resto del piazzale, dove sono presenti la vecchia rimessa locomotive, l’officina e la fossa della piattaforma girevole; tutte strutture un tempo fondamentali per le attività di quella che era una delle stazioni di testa della linea (assieme a Calasetta e Iglesias).
Da quest’antica stazione comincia il viaggio ferroviario in mtb, ripercorrendo il ponte in ferro e seguendo l’antico tracciato che però, dopo poche centinaia di metri, è stato nel tempo interrotto da alcuni agricoltori e allevatori piuttosto “espansivi”. E’ così necessario percorrere circa 1,5km su asfalto, prima di reimmettersi sul tracciato ferroviario.


Tornati sulle FMS, si rimane affascinati dal passaggio accanto alla rocca su cui sorgono le rovine del Castello del Conte Ugolino della Gherardesca. Infatti, rispetto al panorama che si può apprezzare dalla strada asfaltata (ben noto a tutti coloro che siano passati da queste parti), la vista “dal treno” è decisamente migliore, grazie al fatto che si può ammirare la rocca da più lontano e apprezzarla nella sua interezza.

Il viaggio prosegue su sede ferroviaria, attraversando la statale per Giba (attenzione perché l’attraversamento è presso una curva cieca). Si arriva così alla “ferrovia nella giungla”, presso il lago Medau Zirimilis, dove come detto prima il sentiero, già stretto, si è ulteriormente ridotto (occhio ai rovi che penzolano dalla vegetazione; io ci ho lasciato qualche striscia di pelle…).
Terminata la tratta amazzonica, si torna sull’asfalto per circa 3km, attraversando anche una galleria stradale (è lunga appena 200m, ma non essendo illuminata è comunque opportuno avere almeno un faretto rosso posteriore e un giubbino rifrangente). Giunti a una curva davanti alla quale si staglia uno splendido ponte in pietra, vi si passa sotto e, tramite un sentierino, si sale sopra per riprendere a “sferragliare” sul tracciato ferroviario.


Da qui in avanti il “viaggio ferroviario” che si affronta è, letteralmente, spettacolare!! Il tracciato si immerge nella foresta, circondato da una vegetazione incredibilmente rigogliosa per il periodo estivo.







Comincia il tratto di “ferrovia di montagna”. Infatti, a dispetto della quota piuttosto bassa (il valico di Campanasissa è a soli 290m sul livello del mare), viadotti e boschi a perdita d’occhio danno al “viaggiatore” la sensazione di trovarsi a quote ben più alte.

Poco prima del valico si riprende a pedalare su asfalto per poco più di 1km, fino a giungere alla vecchia stazione di Campanasissa (trasformata in punto ristoro, al momento però chiuso). A quel punto si scende ancora su asfalto per 2km, fino a imboccare nuovamente la ferrovia in quello che è il suo tratto più bello.


Si attraversa una galleria lunga circa cinquanta metri, e all’uscita si ha l’impressione di esser stati trasportati da un diabolico marchingegno in un mondo da favola, fuori dallo spazio e dal tempo. Si pedala lungo una successione continua di ponti alti fino a trenta metri, attraversando trincee scavate nella roccia, circondati da boschi e vallate mentre si percorre il tracciato ferroviario diventato uno stretto sentiero da percorrere in fila indiana.








E al termine di questo meraviglioso percorso, proprio davanti alla stazione di Terrubia col suo serbatoio per rifornire d’acqua le locomotive a vapore, ecco la meta del nostro viaggio: il bar dei limoni.




Si parcheggiano le bici appoggiandole al muretto di cinta, si entra per chiedere alle due anziane proprietarie una birra e un paio di bicchieri, e finalmente ci si siede all’ombra del grande albero per sorseggiare la propria meritata conquista!
Il rientro poi avviene tutto su asfalto. Si passa accanto al lago artificiale di Bau Pressiu, la cui realizzazione nel 1968 spezzò in due la ferrovia, decretandone di fatto l’inizio della fine che avvenne nel 1974. Il bacino è pieno fino al limite della propria capienza; mai visto così nel mese di luglio, con buona pace di coloro che continuano a questuare soldi pubblici col pretesto della siccità (siccità???? Quando il parassitismo pervade nel profondo la cultura collettiva, si perde perfino il senso del ridicolo, dopo aver già perso quello della decenza).




Anche la strada asfaltata è molto bella da percorrere. Certo, non è paragonabile col tracciato ferroviario, però consente di guardare “da fuori” la vecchia ferrovia, apprezzandone la bellezza dei suoi ponti e dei terrapieni che per qualche chilometro la fanno correre sospesa di qualche metro sopra la strada.

Si arriva a Siliqua molto rapidamente, dato che dopo il valico la strada è una lunga e ininterrotta discesa, e quindi si percorrono gli ultimi 21km lungo la vecchia “statale 130”, per rientrare dopo 92km complessivi ad Assemini.
Considerazioni sull’escursione: La lunga distanza da noi percorsa (92km) richiede un buon allenamento; tuttavia si può partire in mtb da Siliqua (raggiungibile in auto o in treno), riducendo la lunghezza dell’itinerario a 48km. Il dislivello positivo affrontato lungo il tracciato ferroviario è pari a circa 500m; tuttavia, considerando che una parte delle tratte in salita viene effettuata pedalando sulla ghiaia smossa della vecchia massicciata, il dislivello positivo equivale a un dislivello di circa 800m pedalati su sterrati con fondo stradale ben battuto (la stima non è fatta a occhio, bensì utilizzando i criteri scientifici descritti nella sezione “Tecnica e meccanica”). Dal punto di vista dell’impegno fisico, quindi, l’escursione può essere considerata di media difficoltà se si parte da Siliqua, e di difficoltà medio-alta se si parte da Assemini.
Sotto il profilo tecnico, invece, l’escursione presenta qualche difficoltà quando si pedala sulla vecchia massicciata. La ruota anteriore tende infatti a scivolare lateralmente, e quindi è necessario avere una buona padronanza del mezzo. Niente di trascendentale, chi va in mountain bike sa di norma disimpegnarsi in situazioni come queste senza grossi problemi; tuttavia è bene sottolineare quest’aspetto, così che non ci si aspetti una comoda escursione su sterrate come quelle della forestale.
Ci sono poi gli attraversamenti dei ponti, che vanno affrontati con la giusta prudenza e cautela. I ponti sono privi dei parapetti, hanno un fondo stradale costituito da ghiaia smossa (con tutte le problematiche descritte prima), ed essendo larghi circa quattro metri (e quindi piuttosto stretti) vanno attraversati con attenzione. E’ quindi fortemente consigliato attraversarli pedalando al centro della carreggiata, e qualora uno non si sentisse sicuro è bene che li percorra a piedi. Inoltre, questi ponti sono di norma molto alti, alcuni fino a trenta metri, e quindi possono creare problemi a chi soffre di vertigini. Di fatto, l’attraversamento dei ponti è l’aspetto più delicato di quest’itinerario, ed è giusto conoscerne le problematiche prima di affrontare l’escursione.
La valorizzazione dell’antica ferrovia: questo è un argomento che meriterebbe un articolo a parte, quindi per il momento mi limito a porre queste domande:
ma la Regione Autonoma della Sardegna, che in questi giorni è impegnata a promuovere la sua mappa dov’è disegnata un’isola cicloparadisiaca, se davvero vuole puntare sul cicloturismo perché non comincia col valorizzare e promuovere ciò che già esiste? Per il momento, potrebbe utilizzare il sito internet di recente inaugurazione, assolutamente inutile allo stato attuale, per mettere a disposizione le tracce di questo e tanti altri itinerari, così da attrarre biker e cicloviaggiatori da… Decimoputzu a Oslo! O davvero si pensa che chi viaggia in bici preferisca pedalare su un anonimo nastro d’asfalto marron invece che su sentieri che corrono in mezzo a una natura incontaminata, supportato semplicemente da una traccia gpx che gli consenta di non perdersi? Poi, contemporaneamente, con un investimento minimo sulle FMS rispetto a quello necessario anche solo per pochi chilometri di pista ciclabile in asfalto, si può ripulire il fondo stradale nei tratti occupati dalla vegetazione, si può eliminare la ghiaia in eccesso nei tratti in cui è ancora presente la massicciata, si possono mettere in sicurezza i ponti installando i parapetti (metterli in sicurezza a norma di legge per il passaggio di biciclette, non comporta la stessa spesa di un ripristino per il passaggio di convogli ferroviari; è un’ovvietà ma nel dubbio meglio sottolinearla), e si possono riprendere agli agricoltori i tratti di ferrovia su cui hanno “sbadatamente” sconfinato. Ma davvero non ci si rende conto delle enormi potenzialità turistiche di un percorso come quello lungo le FMS? Davvero non ci si rende conto che, con 30’ di treno dal porto di Cagliari o dall’aeroporto di Elmas, si potrebbe indirizzare verso il Sulcis un flusso di migliaia di cicloturisti e biker da tutta Europa ogni mese? E’ possibile che un territorio ridotto alla fame, al punto da supplicare un qualsivoglia gruppo di speculatori a riprendere le produzioni industriali più inquinanti che il resto del pianeta rifiuta con schifo, non si renda conto che un itinerario che attraversa tutto il Sulcis, dalla stazione FS di Siliqua all’imbarco di Calasetta per Carloforte, potrebbe far vivere dignitosamente centinaia di famiglie? Davvero un itinerario di 80km (più altri 34km da San Giovanni Suergiu a Iglesias) che richiederebbe almeno 10 punti ristoro, altrettante ciclofficine, e non meno di un centinaio di posti letto, è un’opportunità da non prendere in considerazione da chi vive questuando finte attività minerarie o elemosine pubbliche utili solo a tenere in piedi un sistema feudale, dove gli unici a guadagnarci sono i signorotti di turno che sembrano giunti fino ai giorni nostri dal tempo in cui il Castello del Conte Ugolino era ancora abitato dai suoi sventurati proprietari? E l’ultima domanda è: ma davvero il modo migliore per dotare la Sardegna di una faraonica rete di ciclabili è affidarsi a dei tecnici che hanno praticato il cicloturismo quanto io la danza classica, supportati da esperti i cui viaggi in bici più lunghi sono i giropizza cittadini?
Alla prossima
Stefano Tuveri
