DIAMO I NUMERI (4): GEOMETRIE DEI TELAI IERI E OGGI; MA, NELLA SOSTANZA, SON DAVVERO CAMBIATE?

Premessa: se mi “azzardo” ad affrontare questo argomento (al limite del blasfemo :-) ) è giusto perché, essendo un ingegnere meccanico che lavora da diversi anni come progettista, ogni tanto mi diverto ad analizzare (e talvolta a “smontare”) sotto il profilo tecnico alcuni dei “cavalli di battaglia” del marketing del mondo della bicicletta. L’obiettivo è quello di fornire anche ai non addetti ai  lavori delle spiegazioni tecniche, senza appesantire la trattazione, magari smentendo dei luoghi comuni che non di rado massacrano le leggi basilari della fisica. Bene, detto questo, divertiamoci un po’ a chiacchierare di geometrie…

Uno degli argomenti più utilizzati da produttori e negozianti, per sottolineare la novità dei nuovi modelli rispetto a quelli precedenti, è il fatto che abbiano una nuova geometria (che, così ci dicono, ne migliora le prestazioni, la maneggevolezza, e così via).

Effettivamente, mettendo fianco a fianco una mtb da xc di nuova produzione e una di cinque, dieci, oppure vent’anni fa, la differenza delle forme è palese. Ma è corretto identificare quelle forme con la geometria di una mountain bike, intendendo come tale quell’insieme di caratteristiche appunto geometriche che influenzano maneggevolezza, efficienza di pedalata, capacità di affrontare terreni sconnessi e, in definitiva, il comportamento dinamico di una bicicletta?

In realtà, come al solito, il discorso è molto più articolato e, per molti versi, niente ha a che vedere con i ritornelli pubblicitari che ci vengono rifilati.

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Una mtb Legnano con telaio in acciaio e forcella rigida, con estetica del telaio molto differente dalle produzioni attuali

Prendiamo ad esempio quella che probabilmente è la differenza più appariscente, ovvero il tubo orizzontale che 15-20 anni fa, nel passaggio dai telai  in acciaio a quelli in alluminio, era diventato sempre meno… orizzontale!

In realtà, quella variazione di forma dei telai in alluminio serviva a far si che, rispetto all’acciaio di cui stava via via prendendo il posto, questi mantenessero delle caratteristiche le più simili possibili. L’alluminio è infatti molto più rigido dell’acciaio (che ha nella flessibilità una delle caratteristiche migliori, nonostante negli slogan pubblicitari questa venga definita come un difetto; abbiamo analizzato l’argomento in questo articolo: telai in acciaio, flessione ed energia persa), e inclinare maggiormente il tubo orizzontale serve proprio a far perdere rigidezza al telaio in alluminio (ovvero a fargli acquisire, per quanto consentito dai suoi limiti meccanici, un po’ di flessibilità), così da salvaguardare schiena e articolazioni del biker e, cosa non trascurabile, durata del telaio, che altrimenti andrebbe incontro più rapidamente a un cedimento per sollecitazioni di fatica (che sono quelle sollecitazioni di lieve entità che, ripetendosi continuamente durante il moto, portano l’alluminio, come pure la fibra di carbonio, a rottura dopo che queste sollecitazioni si son verificate per un certo numero di volte; l’acciaio invece, per sollecitazioni dell’entità di quelle sopportate dalle mtb, non ha un limite di fatica, ovvero ha una durata praticamente infinita).

E’ chiaro quindi che questa variazione di forma del telaio ha una funzione esclusivamente strutturale (ovvero deve far si che il telaio abbia le necessarie caratteristiche meccaniche per “stare in piedi”) e non incide in alcun modo sulle caratteristiche dinamiche della mtb. E’, semplicemente, un accorgimento per far si che un telaio in alluminio abbia un comportamento meccanico e dinamico che si discosti il meno possibile da quello di un telaio in acciaio (potremmo dire, ironizzando ma non troppo, che il telaio in alluminio ha cercato di imitare quello in acciaio, nonostante le sue qualità meccaniche inferiori per questo tipo di utilizzo).

Fino a 5-6 anni fa, le variazioni di geometria dei telai si son limitate a quanto descritto sopra. La situazione è invece mutata radicalmente con la diffusione dell’utilizzo della fibra di carbonio che, avendo caratteristiche meccaniche ancora diverse, ha comportato che la struttura del telaio subisse dei radicali cambiamenti. Come se tutto questo non bastasse, l’avvento dei nuovi formati e, soprattutto, delle nuove tipologie di mountain bike (enduro, trail, all mountain e via discorrendo), ha fatto si che siano state progettate delle mountain bike che, data la loro specificità di utilizzo, sono molto diverse tra loro e, ancor più, dalle mtb cui eravamo abituati fino a qualche anno fa.

Un tempo non troppo lontano, mountain bike significava “bici da montagna” non solo nel nome, ma soprattutto nei fatti. Chi voleva pedalare in fuoristrada si comprava una mtb, e con quel mezzo, se aveva un po’ di allenamento e di tecnica, andava davvero ovunque. Oggi, a sentir parlare i venditori e i biker “alla moda”, sembra che se non si ha almeno una trail bike biammortizzata si può al massimo percorrere le sterrate della forestale perché: “eh, 140mm di forka sono il minimo”, “senza ammo neanche su asfalto”, “eh, questa biga si che stem, stack e reach”. Ora, a parte lo slang da bimbominkia fuorietà buono giusto per vender fumo, resta il fatto che i percorsi che oggi sembrerebbero alla portata solo di superbici postmoderne, noi li facevamo già vent’anni fa con bici full-rigid…

Ironie a parte, il dato di fatto delle attuali produzioni è che son state introdotte sul mercato delle mtb sempre più specialistiche. E’ chiaro che, ad esempio, con una mtb da enduro, sullo scassato si scenda meglio che con una front “tradizionale” (intendendo come “tradizionale” la classica 26” da cross country che regnava incontrastata fino a 5-6 anni fa), mentre in qualunque altro tipo di situazione l’enduro sarà più lenta (per il semplice fatto che è stata ottimizzata per un ambito ben specifico e limitato), per cui il confronto tra le geometrie di queste due bici, concepite per un utilizzo completamente diverso, è privo di senso.

Pertanto, evitando di “sommare le mele con le pere” (come ci insegnavano alle scuole elementari), l’unico confronto che abbia un senso è quello tra una 26” di qualche anno fa e una 27” di attuale produzione, entrambe da xc.

misure telaio scott scale 27 bIn quest’immagine trovate lo schema del telaio di una mtb attuale, e per l’esattezza una Scott Scale 27. E’ importante notare che, delle 15 misure riportate nello schema, solo le 4 cerchiate in rosso determinano le caratteristiche geometriche della mountain bike. Le altre 11, infatti, o sono una diretta conseguenza di queste 4 (la maggior parte di queste misure sono legate tra loro da delle banali leggi di geometria e, fissate alcune, sono di conseguenza determinate anche le altre), oppure possono essere modificate quando ci si ottimizza la geometria della bici così da assumere una corretta posizione in sella (sappiamo bene che il sellino può, o meglio deve, essere traslato sia in orizzontale che in verticale, e che la stessa operazione va fatta col manubrio, la cui corretta posizione è ottenuta scegliendo un attacco manubrio con opportuna lunghezza e angolo).

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La mtb Bianchi LT270 del ’97
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La Bianchi LT270 del ’97, completamente smontata per essere restaurata

Detto questo, vi invito a prendere un metro e misurare, sulla vostra bici, le 4 quote cerchiate dello schema. Io l’ho fatto, ma non su una mtb di cinque-sei anni fa, bensì su una Bianchi LT270 del 1997 che ho restaurato di recente e che uso come bici da allenamento (con forcella rigorosamente rigida, che personalmente trovo perfetta per allenare la tecnica, dato che non da NESSUN aiuto e la capacità di andare sullo sconnesso ce la dobbiamo mettere tutta noi).

Bene, il risultato potrà sembrare sorprendente, ma in realtà è ovvio: quelle 4 misure sono pressoché le stesse. Per esser precisi, ci sono delle piccole differenze, e spiego da dove derivano: infatti, se al posto della forcella rigida ne installo una ammortizzata con escursione di 100mm, accade che le misure coincidono perfettamente!

Quanto rilevato significa che le due mtb (la 27” di oggi e la 26” di vent’anni fa) sono dinamicamente IDENTICHE. Ciò significa che comportano la stessa IDENTICA posizione in sella, hanno la stessa IDENTICA maneggevolezza e, in definitiva, richiedono la stessa IDENTICA capacità di guida. L’unica differenza sarà data dalla minima differenza del formato ruote (tra 26” e 27” ci sono 1,25cm di differenza di raggio), che farà percepire una leggerissima maggiore agilità nella 26” e un’altrettanto leggerissima maggiore stabilità nella 27” (circa le stesse differenze di quando sulla nostra mtb 26” passiamo dai copertoni 2.0 a quelli 2.25).

Quanto abbiamo rilevato ci deve innanzitutto ricordare una cosa che, a negarla, si fa un’offesa all’intelligenza (in particolare alla propria): la bicicletta è un mezzo meccanico estremamente semplice (non si tratta di un caccia intercettore o di un’auto da formula 1), e dato che i progettisti che ne hanno studiato l’equilibrio meccanico e dinamico qualche decennio fa sono competenti quanto gli attuali, è chiaro che, per bici da xc dello stesso formato, qualunque studio progettuale non possa che determinare identiche geometrie, dato che le leggi della fisica non sono nel frattempo cambiate.

Ricordiamoci che una bicicletta deve coniugare in se tre caratteristiche fondamentali: stabilità, maneggevolezza e efficienza di pedalata. L’abilità di un progettista è quella di tenere in equilibrio questi tre elementi, ricordando che la variazione di uno di essi influirà inevitabilmente sugli altri (ad esempio, se si migliora la maneggevolezza si peggiorerà inevitabilmente la stabilità).

Per comprendere meglio questo fatto, partiamo proprio dalle mountain bike degli anni ’90, quando i modelli con forcella rigida avevano raggiunto la loro maturità (ovvero il migliore equilibrio possibile tra le tre caratteristiche di cui sopra), e analizziamo le piccole differenze cui vi ho accennato relative alla mtb con forcella rigida del 1997 rispetto alla Scott Scale 27:

innanzitutto, nella Bianchi LT270 il movimento centrale si trova a 28,5cm da terra, mentre nella Scott è a 30,5cm (altezza che raggiunge anche la Bianchi del 97 installando una forcella da 100mm). Chiaramente, ci saranno delle variazioni di quota di qualche millimetro, a seconda della misura dei copertoni montati sulle due bici, ma non sono influenti per il nostro discorso. Il motivo di questa differenza è chiaro: la Scott, avendo la forcella ammortizzata, ha il manubrio in posizione più alta; per evitare che il sellino sia troppo basso rispetto alla posizione del manubrio (il che costringerebbe a una posizione di guida con busto poco inclinato, peggiorando l’efficienza della pedalata), si solleva il movimento centrale di 2cm, il che consente di sollevare anche il sellino di quella quota (dato che le gambe del biker non variano di lunghezza col passaggio da una bici all’altra, e la distanza sella/mov.centrale deve restare la stessa). Sulla base di queste considerazioni, possiamo dire che, rispetto alle mtb con forcella rigida, con l’introduzione delle forcelle ammortizzate siamo stati costretti a sollevare la posizione del baricentro, il che peggiora leggermente stabilità e guidabilità della bici, accettando un compromesso necessario per poter fruire dei benefici delle forcelle ammortizzate.

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La Bianchi SL270 del ’97 durante un’uscita d’allenamento

Un’altra misura che varia sulla Bianchi del ’97, sostituendo la forcella rigida con una ammortizzata, è l’interasse, che aumenta di circa 4cm (diventando in questo modo identico a quello della Scott). Questo sia perchè la forcella ammortizzata ha un “rack” maggiore di quella rigida (con aumento dell’interasse di circa 2,5cm), che perchè aumenta l’inclinazione dell’angolo di sterzo (con conseguente ulteriore aumento dell’interasse di altri 1,5cm). Parliamo di una variazione minima di lunghezza, circa il  4%, che diminuisce in modo impercettibile l’agilità della bici, migliorando in modo altrettanto impercettibile la stabilità (come detto prima, agilità e stabilità sono due caratteristiche della bici che variano INEVITABILMENTE l’una a scapito dell’altra).

La terza e ultima misura che varia è l’inclinazione della forcella della Bianchi, che passa dai 71,5° della forcella rigida ai 69° della forcella ammortizzata da 100mm di escursione (inclinazione, quest’ultima, identica a quella della Scott). Va detto che più la forcella è inclinata e più la bici è reattiva o, come si sente spesso dire, “nervosa”. Ciò significa che è molto più sensibile alle sollecitazioni, per cui va guidata molto di più col corpo, dato che reagisce molto più rapidamente agli spostamenti del baricentro. Per capire meglio, pensiamo a quando guidiamo senza mani; una mtb con forcella maggiormente inclinata è molto più difficile da guidare senza mani, perché bastano le piccole oscillazioni del corpo durante la pedalata per farla sbandare da una parte all’altra. La forcella più inclinata, però, lavora meglio nell’assorbire gli urti frontali, e quindi consente di affrontare con una velocità maggiore gli ostacoli sul terreno. La forcella rigida, invece, non ha certo di queste velleità (l’azione ammortizzante è lasciata a braccia e gambe del biker), e una posizione meno inclinata, oltre a conferire più stabilità alla bici (fare sempre la prova senza mani per cogliere la differenza), le consente di lavorare meglio in flessione, attenuando le vibrazioni dovute alle irregolarità del suolo (dato che l’acciaio ha la capacità di smorzare gli urti grazie alle sue caratteristiche di elasticità).

Come avete visto, quindi, i vent’anni di differenza tra le geometrie delle due mtb messe a confronto, sono, molto semplicemente, INESISTENTI. Questo era l’unico risultato possibile, non potendo che essere identica la logica progettuale, ovvero: ottimizzare la geometria in base alla tipologia di mtb.

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La Bianchi SL470 del ’97 che, con forcella ammortizzata, presenta geometrie pressochè identiche a quelle della Scott Scale 27 attuale

Potremmo in pratica dire che, in vent’anni, l’evoluzione delle geometrie ha portato, dopo lunghi e meticolosi studi, ad avere… geometrie identiche a vent’anni fa!

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La mia Bianchi SL470, anch’essa con telaio in acciaio, impegnata col sottoscritto nel recente raid a Cala Luna

Ricordo che all’inizio degli anni 2000, quando ormai tutte le mtb uscivano di fabbrica già con le forcelle ammortizzate, avevano angoli analoghi a quelli delle non ammortizzate di fine anni ’90 (intorno ai 71-73°). Accadeva così che, chi montava la forcella ammortizzata su una “vecchia” mtb (e si ritrovava un angolo di 69-70°), veniva subito ripreso perché “l’angolo era troppo aperto”, intendendo con questo che una mtb con quelle geometrie era, bene che andasse, un bislacco cancello inguidabile. E adesso chi glielo dice alla Scott che la loro Scale 27, stando agli “scienziati” del tempo, è già un miracolo se sta in piedi?

La realtà è che, al tempo in cui si diffusero le forcelle ammortizzate con escursioni da 80-100mm, si decise di mantenere, per quanto possibile, le geometrie della bici uguali a quelle delle mtb rigide. In particolare, mantenendo un angolo della forcella superiore ai 70°, si volle privilegiare la stabilità e la facilità di guida, togliendo qualcosa all’efficacia della forcella. Si trattava di scelte progettuali, e pertanto studiate da professionisti e non da ciarlatani (i ciarlatani erano invece quelli che dividevano tra mtb “giuste” e mtb “sbagliate”, senza avere la minima idea di ciò su cui pontificavano), che portavano a una bici che richiedeva un certo tipo di guida. Oggi ci sono ancora molte mtb attuali sul mercato che seguono la stessa filosofia progettuale (ad esempio le Bianchi), e ce ne sono altre come le Scott  27” che sono fatte per essere “guidate” diversamente. Spero che adesso sia chiaro a tutti che sono, molto semplicemente, bici diverse, ciascuna coi suoi pregi e, come inevitabile rovescio della medaglia, i suoi difetti.

Bene, una volta terminato il nostro confronto tra queste due mountain bike “tuttofare” (perdonate la definizione, ma per chi va in mtb da vent’anni queste bici sono state davvero delle tuttofare, compagne di viaggio nelle più disparate tipologie di escursioni), è inevitabile che qualcuno se ne esca con: “si, ma le 29”? Le 29” sono ancora un’altra tipologia di mtb, con geometrie differenti che conferiscono maggiore stabilità e quindi, inevitabilmente, avranno una minore agilità. Non sono ne “più giuste” ne “meno giuste” delle 26” o delle 27”; vanno semplicemente guidate in modo diverso, e ciascuno sceglierà tra queste tipologie in base alle sue caratteristiche/capacità di guida e ai percorsi che vuole affrontare. Ritengo poi che, nelle valutazioni, non ci si debba far fuorviare dal fatto che le 29” siano il formato dominante lungo i circuiti dei campionati xc, dato che quei circuiti (tagliati su misura sulle caratteristiche delle 29”) non hanno nulla a che vedere con i percorsi che si devono affrontare quando si va in montagna.

Personalmente preferisco le 26” (o le 27”), ma sono ben contento che esistano le 29” perché hanno un’innegabile caratteristica: sono più facili da guidare; e questo ha favorito tantissimo la diffusione di massa dell’escursionismo in mountain bike. Per velocità in piano inferiori ai 21-22km/h (oltre le quali, la maggior resistenza aerodinamica le rallenta rispetto alle 26”), si avvantaggiano del minor attrito volvente (dovuto alle ruote più grandi), e così i neofiti (che anche in piano viaggiano a velocità ben più basse dei 20km/h) faticano realmente di meno rispetto a quando usavano la 26”.

Vent’anni fa, per andare in montagna con le 26” con forcella rigida, bisognava esser bravi a “portare” una bici. Non era una cosa alla portata di tutti perché, in quelle condizioni, una ripida discesa sconnessa poteva essere un divertimento incredibile o un’esperienza terrorizzante e, se uno non aveva le qualità adatte, alla prima uscita prendeva paura e da lì in avanti i suoi giri si risolvevano in passeggiate in campagna.

Con le 29” invece ci si sente più sicuri in discesa, tant’è che vedo persone, cui vent’anni fa venivano i capelli bianchi per la paura solo a scendere nella rampa del garage, che oggi che qualche capello bianco ce l’hanno per questioni anagrafiche, scendono tranquillamente in montagna azzardando anche qualche passaggio tecnico che, con la 26”, non avrebbero accennato neanche dopo cinque whisky.

Se voleste approfondire le vostre conoscenze su questi temi, negli articoli tecnici presenti in questo sito vengono affrontati vari argomenti, quali peso, resistenza aerodinamica, diametro delle ruote, determinando in termini numerici (ovvero applicando le formule fisiche e facendo i calcoli, non qualunquizzando senza cognizione di causa) il modo in cui influenzano il moto della bicicletta.

Per concludere, e tenendo presente quanto abbiamo visto in questo articolo, l’unica cosa che mi viene da suggerirvi è di pensarci bene prima di mettere da parte una mountain bike che, a dar retta a spot, venditori e riviste “specializzate”, dovrebbe essere “vecchia e superata”…

Al prossimo articolo

Stefano Tuveri

(ingegnere e progettista/collaudatore meccanico)

4 pensieri su “DIAMO I NUMERI (4): GEOMETRIE DEI TELAI IERI E OGGI; MA, NELLA SOSTANZA, SON DAVVERO CAMBIATE?

  1. Salve,

    Mi chiamo Tullio ho 45 anni e vivo a Belluno.
    Complimenti per l’approccio tecnico, privo di qualsiasi remora nei confronti delle fumisterie con cui vari cicloimbonitori vogliono convincerci che, ad ogni luna nuova, è giusto cambiare bici.
    A seguito della “ristrutturazione” della mia vita, seguita alla nascita di due bimbi in poco più di due anni, ho quasi abbandonato il podismo, che non riesco più a praticare decentemente, e mi sono rivolto alla bici che mi consente di fare un po’ di attività fisica nel raggiungere il luogo di lavoro, che dista 13 Km da casa, percorrendo una bella pista ciclabile piuttosto ondulata, con tratti sterrati.
    Ho quindi rivolto la mia attenzione alle mountain bike della mia giovinezza (per una sorta di affezione e per non spendere una follia), le MTB da 26”, cercando modelli usati con buoni telai (leggeri lega in cromo molibdeno, gruppi shimano deore) sui quali intervenire con le riparazioni necessarie.
    La mia scelta è caduta su due modelli: una Wheeler 3590, databile al triennio 1990 – 1993 e una bianchi IBEX, probabilmente appena più recente, penso sia del 1994 o del 1995. Entrambe le bici hanno hanno il tubo orizzontale “sloping”.
    Un aspetto che mi ha fatto riflettere è che la Wheeler, complessivamente molto leggera per essere una MTB e con una linea che la fa somigliare ad una bici da corsa, pur essendo una 18” (ho letto che all’inizio degli anni 90′ la 18” era la taglia più piccola per quella bici) è un mezzo molto più comodo per me, che sono alto 1,67 m, avendo un orizzontale virtuale di appena 55 cm, mentre la bianchi IBEX, di una taglia inferiore, e quindi sulla carta più adatta alla mia altezza, ha un orizzontale virtuale di ben 57 cm e quindi mi obbliga a “stirarmi” molto di più per raggiungere il manubrio, rendendo la guida piuttosto faticosa.
    Ho letto su “retrobikes” che le bici della metà degli anni 90′ erano più lunghe di quelle successive, perché si guidavano con fuorisella esagerati e la testa molto in basso, per questa ragione l’orizzontale virtuale era piuttosto elevato.
    Ed ecco la domanda.
    Sono io che devo abituarmi alla Bianchi IBEX e all’assetto che richiede per essere guidata, oppure ho sbagliato completamente taglia ed è il caso che me ne liberi e , se dovessi riacquistare una Bianchi di quegli anni, è forse preferibile che mi orienti su una bici di taglia minore (15” o 16”) ?

    Cordiali saluti

    Tullio

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    1. Buongiorno Tullio e, tanto per cominiciare, concedimi un po’ di sana invidia per i 13km di ciclabile su cui quotidianamente vai al lavoro. Aggiungiamoci che sei in provincia di Belluno, e siamo molto vicini alla mia idea di Paradiso…
      Passando alle nostre vecchie-obsolete-superate 26”, benvenuto tra noi che sappiamo ancora distinguere un cerchio da un quadrato (perché basterebbe questo per non farsi trattare come dei babbei dalle avide politiche del marketing).
      In questo articolo, ho mostrato proprio come le tanto reclamizzate “nuove geometrie” sono in realtà identiche a quelle di oltre vent’anni fa (chiaramente il confronto va fatto con le attuali 27”; le 29” sono necessariamente diverse). Il confronto l’ho fatto con le mie due mtb Bianchi del ’97, ma se torniamo indietro fino ai modelli di inizio anni ’90 la situazione è assolutamente analoga.
      Il motivo è piuttosto semplice: la mountain bike è un fantastico strumento di libertà ma, purtroppo per chi vorrebbe millantare una nuova invenzione ogni sei mesi, consente un grado di libertà prossimo allo zero per quanto riguarda il variare le geometrie. O meglio, potremmo anche variarle, ma siccome gli ingegneri del 1948 conoscevano le stesse leggi della geometria e della meccanica di quelli del 2020 (e, azzarderei, anche di quelli del 2348, dato che dubito che nel frattempo geometria e meccanica ribaltino i teoremi che ci arrivano dai tempi di Euclide e Archimede), le quote geometriche utilizzate sulle biciclette qualche decennio fa sono state ricavate ottimizzando maneggevolezza e stabilità della bicicletta. Se un ingegnere, nel 2020, si siede alla scrivania e progetta da zero un telaio di bicicletta, otterrà gli stessi identici risultati dei suoi colleghi del 1948, del 1972, del 1995 o di quando vi pare…
      Quindi Tullio, passando alle tue due mtb, tienitele care entrambe, e vediamo di analizzarne rapidamente le taglie effettive.
      Il criterio di identificazione delle taglie, basandosi sulla misura del tubo verticale, discende da quanto utilizzato sulle bici da corsa, ma se poteva avere un senso sulle primissime mountain bike. che avevano il tubo orizzontale realmente… orizzontale!, quasi subito si è preso ad inclinarlo per questioni sia strutturali che estetiche. Di fatto, se il tubo “orizzontale” è inclinato, il tubo verticale non potrà che risultare accorciato, e la sua lunghezza sarà quantomeno fuorviante per identificare la taglia di una mtb.
      Pensa che io ho due Bianchi del ’97, la LT270 e la SL470. Sono classificate la prima come 18” e la seconda come 20”, corrispondenti (secondo loro…) rispettivamente alle taglie M e L. Sai qual è l’unica differenza? Che la 18” ha il tubo orizzontale più inclinato della 20”, ma per il resto i due telai hanno dimensioni identiche, e quindi mi “calzano” allo stesso identico modo. In particolare, hanno identica la misura dell’orizontale virtuale, che dev’essere il nostro vero riferimento quando valutiamo se una bici ha la taglia giusta per noi.
      Veniamo quindi alle tue due mtb. Innazitutto hanno un telaio in acciaio alligato al cromo molibdeno. Probabilmente non sono a spessore variabile, altrimenti l’avrebbero indicato nell’etichetta. Già così, comunque, quello della Bianchi (più grande) è un telaio di 2,5kg (posso dartelo per certo perché ha stesse dimensioni di quello della mia Bianchi LT270, anche lui in CrMo), e quello della Wheeler dovrebbe essere 2,3-2,4kg. Entrambe le mtb sono quindi delle ottime basi per installarci sopra componenti anche di alta gamma (nel senso che ne vale la pena, e te le porti intorno agli 11kg, con forcella ammortizzata, con una spesa contenuta).
      Riguardo alla taglia, quella adatta a te è la Wheeler. Con un orizzontale virtuale di 55cm, e un attacco manubrio di 9-11cm, ti calza perfettamente.
      Anche la Bianchi può essere impostata per calzarti in modo ottimale; è sufficiente montare un attacco manubrio più corto, intorno ai 7cm, e ti consente di posizionarti come sulla Wheeler. Tuttavia, ti trovi una mtb con passo più lungo, il che ti fa guadagnare in stabilità ma perdere in agilità/maneggevolezza. La scelta in questo caso è quindi soggettiva, ma anche la Bianchi non è “sbagliata” a priori.
      Per quanto riguarda poi le posizioni di guida tenute dai biker negli anni ’90, in realtà sono le stesse che si è continuato ad assumere sulle 26” fino a oggi, ovvero con manubrio posizionato 4-6cm più in basso della sella. Fintanto che esistevano solo le 26”, preparatori atletici e medici sportivi spiegavano che quella posizione in sella è ottimale per massimizzare il rendimento sui pedali e il controllo della bicicletta. Poi, con l’avvento delle 29”, dove è impossibile posizionare il manubrio così in basso, salvo calettarlo direttamente sul mozzo della ruota anteriore, ecco che gli spot ci hanno invece aperto gli occhi rivelandoci una nuova verità: la mtb va guidata a schiena dritta. Ora, dato che questa posizione sarebbe possibile anche sulle 26” (basta mettere degli spessori sotto l’attacco manubrio, o utilizzarne uno con marcata inclinazione verso l’alto), com’è che non ci è stata elargita prima questa grande verita? Ecco allora che torna ancora una volta utile saper distinguere un cerchio da un quadrato per farsi venire quantomeno il dubbio che ci stiano raccontando boiate aggiustate ad arte per venderci biciclette che NON consentono una posizione di guida ottimale, dato che le ruote 29” ci piazzano il manubrio davanti agli occhi.
      Per concludere, Tullio, sperando che questa dissertazione possa essere utile a te e ai frequentatori ormai numerosissimi di queste pagine “non allineate”, ti suggerisco sicuramente di tenere la Wheeler (e, quando lo riterrai opportuno, di aggiornarla/migliorarla perché ne vale la pena e ne avrai soddisfazione). Anche la Bianchi, come ti dicevo, la adatti facilmente alla tua taglia con un attacco manubrio della giusta misura, ma qui valuta tu se la mtb che ne ottieni (più stabile e meno agile) ti piace.
      Per altre domande su questo argomento, invito te e tutti coloro che sono interessati, a scrivere in questo spazio. Nei limiti del tempo a disposizione, chiacchiererò molto volentieri con voi di questi argomenti.
      Buone pedalate e buone feste
      Stefano Tuveri

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  2. Buon Anno Stefano, che il 2021 ci riservi solo due tipi discese, quella del numero di contagi, e quelle da affrontare in bici.
    La tua risposta è articolata e argomentata. Ne farò tesoro.
    In merito alla posizione, debbo dirti che hai effettivamente ragione. In effetti, le 26” con il manubrio inclinato verso l’alto, per garantire una posizione più comoda, probabilmente meno efficiente da punto di vista dinamico , ma più rilassata per chi si accontentava di sfidare solo i pendii più dolci, venivano già commercializzate trent’anni fa ed è vero le guidavi (e le guidi tutt’ora) con la schiena dritta…….non “scomunicarmi”, ma per portare in giro il pupo, ovviamente seduto sul seggiolino posteriore, uso proprio una di queste.
    Ho già acquistato una pipa Kalin per il manubrio della Bianchi, rigorosamente in acciaio, da 7 cm.
    Grazie ancora.

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    1. Buon anno anche a te, Tullio. Ti ringrazio per l’augurio, davvero prezioso e che mi piace estendere a tutti noi di questa comunità che sta crescendo intorno a queste pagine.
      Scomunicarti per la guida alta con pupo al seguito? Al massimo potrei ammirarti, e poi conosco bene il “genere”. Io addirittura avevo allestito una bici da passeggio “da donna”, con tanto di cestino anteriore e seggiolino posteriore, con cui mi muovo quotidianamente in paese con postura da orso del circo!..
      Ancora auguri, e se serve qualche consiglio noi siamo qui
      Stefano Tuveri

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