VENT’ANNI DI STORIA DELLA MTB RIASSUNTI IN QUESTA REVISIONE GENERALE DELLA BIANCHI LT270 DEL ‘97 – 3^ PARTE

Vai all’indice

TERZA PARTE: L’ANALISI DELLE CARATTERISTICHE TECNICHE DI QUESTA MTB 26″ RIGIDA

Qui la seconda parte dell’articolo

Chiudiamo questo articolo con alcune considerazioni sulle caratteristiche di questa mountain bike. Innanzitutto, trattandosi di una mtb con forcella rigida, sullo scassato è ovviamente più impegnativa da guidare rispetto a una front. E’ chiaro che si può, in qualunque momento, installare una forcella ammortizzata. In laboratorio ho alcune Marzocchi, revisionate e in perfetta efficienza (si trovano in vendita soprattutto su ebay UK per 40-50€, e hanno lo stesso livello qualitativo delle forcelle che, nuove, costano almeno 300€), che potrebbero essere immediatamente installate (è sufficiente installare il cannotto da 1”, in luogo di quello da 1”1/8 che attualmente montano; operazione che ho già effettuato su tante altre forcelle).

S2720016
La Bianchi LT270 durante l’escursione seguendo la ferrovia Cagliari-Oristano, circa 120km lungo gli sterrati attraverso il Campidano

Ho però volutamente lasciato la LT270 equipaggiata con forcella rigida, perché ho voluto destinare questa mountain bike agli allenamenti, ai viaggi (nei viaggi in mtb si percorrono strade con un fondo mai troppo dissestato, e quindi si pedala comodamente anche con una rigida) e alle escursioni di medio-bassa difficoltà (perché, in quelle tecnicamente più impegnative, con la front ci si diverte di più, almeno secondo me, perché si può andare più forte). Vale comunque la pena ricordare che, vent’anni fa, noi (cioè tutti i biker di quell’era geologica) affrontavamo anche i terreni più impervi con le nostre mtb rigorosamente rigide (e ci divertivamo un mondo!!), per cui i limiti di queste bici sono, esclusivamente, in chi ci pedala sopra.

Cala Sisine826
Era il marzo del 1998 quando, con la nostra banda, arrivammo a Cala Sisine partendo da Baunei e percorrendo gli ultimi 10km lungo la codula, “galleggiando” sui sassi del torrente con le nostre mountain bike rigorosamente rigide

Personalmente, è in particolare nelle uscite d’allenamento che trovo utilissimo avere una forcella rigida. Infatti, l’allenamento serve a migliorarsi e ad affrontare al meglio le “uscite ufficiali” (che, nel nostro caso, sono le escursioni). E’ chiaro quindi che pedalare sullo sconnesso senza l’ausilio di una forcella ammortizzata consente di migliorare le proprie capacità di controllo della mtb, e questo vale su qualunque tipo di situazione: sarà utile in discesa, perché costringerà ad assumere la corretta posizione per poter correre anche sui terreni sconnessi senza venir sbalzati dalla bici (venti e più anni fa, con le nostre “full rigid”, avevamo imparato a suon di cadute che la tecnica, in discesa, era l’unica preziosa alternativa al reparto ortopedia); sarà utile in salita, perché specie sui tratti dissestati, e senza l’ausilio della forcella ammortizzata, per non impuntarsi sugli ostacoli si sarà costretti ad effettuare una pedalata rotonda (ottenibile anche con pedali flat, anche qui se si utilizza la tecnica giusta) perché più si pedala a strattoni e più è facile piantarsi; e infine sarà utile anche in piano, perché ci costringerà a ricordarci che su una mountain bike il primo ammortizzatore è costituito dalle nostre braccia e dalle nostre gambe, e ci farà assumere costantemente una corretta posizione di guida, fondamentale in tutte le circostanze.

FMS 16
Si pedala sui ponti dell’antico tracciato delle Ferrovie Meridionali Sarde, dove è importante saper ammortizzare con braccia e gambe per assorbire le irregolarità della massicciata ferroviaria

Ricordiamoci infatti che “ammortizzare” non è utile solo ai fini della comodità e della sicurezza di guida; è utile anche per non disperdere energia. Il baricentro di bici+biker, infatti, assorbe energia ogni volta che si muove in verticale (in particolare quando sale, poiché lavora contro la forza peso). L’azione ammortizzante che compiamo flettendo opportunamente braccia e gambe, serve proprio a mantenere il baricentro alla stessa quota, senza che si ritrovi a salire e scendere, e questo comporta un risparmio di energia che va quindi ad alimentare il moto in direzione orizzontale (che, in parole povere, vuol dire che si viaggia a velocità maggiore).

Un’altra considerazione da fare riguarda il formato di questa bici, ovvero il ventisei pollici. Una mtb come questa, 26” e con forcella rigida, è decisamente agli antipodi rispetto a quella che probabilmente è stata la vera novità da vent’anni a questa parte, ovvero la mtb 29”. La prima va guidata con tutto il corpo e con molta cura della tecnica, la seconda è una specie di schiacciasassi. Personalmente non sono un fan delle 29”, ma riconosco loro il merito di aver portato sui sentieri di montagna tante persone che altrimenti non ci sarebbero mai arrivate. Perché il pregio della 29” è proprio quello di essere una mtb “più facile”.

S3000013
Pausa dopo 100km di “viaggio” per abbeverare il cavallo, durante il “viaggio ferroviario” lungo la Ferrovia della Marmilla

La 26” invece è selettiva, bisogna saperla portare; ci vogliono più tecnica e più coraggio. Chi ha iniziato ad andare in mtb venti e più anni fa, ricorderà di tanti ciclisti, fortissimi con la bici da strada, che però in montagna non ci andavano perché, dopo averci provato, non erano riusciti a vincere la paura, in particolare quella della discesa. Perché buttarsi a tutta su sentieri ripidi e sconnessi, con una bici che ti fa sentire fino all’ultima asperità del terreno (ma vi ricordate cos’era, vent’anni fa, buttarsi in discesa a oltre 60km/h senza nemmeno la forcella ammortizzata?), era, così hanno detto i fatti, una cosa che non tutti si sentivano di fare.

Se la 29” è una schiacciasassi con un assetto stabile, la 26” invece è una freccia di agilità ed efficienza energetica (quest’ultima caratteristica è analizzata, smentendo i luoghi comuni diffusi dagli slogan pubblicitari, nell’articolo dedicato al confronto tra 26”, 29” e bdc).

Piccola parentesi a riguardo: avrete notato come il campione olimpico e mondiale della XC Nino Schurter, dopo aver vinto quattro coppe del mondo e altrettanti campionati del mondo su mtb 26” e 27” (mentre quasi tutti gli altri erano già passati alla 29”), ora sia stato fatto passare a una 29” (perché le strategie commerciali hanno, ahinoi, la priorità su quelle sportive, e diventava imbarazzante, nel momento in cui i marchi pubblicizzavano le 29” come le bici perfette per il cross country, spiegare perché il campione del mondo vincesse tutto con 26” e 27”), ma ha aggirato l’ostacolo dandole comunque un assetto tipico delle 26”, con manubrio 6-7cm più in  basso della sella; questo gli consente la classica posizione di guida con spalle più basse e avanzate, tipica delle 26”, che migliora l’aerodinamica e l’efficienza energetica (cioè il rendimento), ed esalta le sue grandissime capacità tecniche. L’agilità di guida resta invece limitata dai ruotoni da 29”, ma tanto nei circuiti da XC non serve perché sono disegnati su misura per le schiacciasassi, dove anche i tratti “tecnici” su roccia sono realizzati in modo da poter essere affrontati lungo traiettorie sostanzialmente rettilinee, come quando si scendono delle scale; non è pertanto necessario ricorrere all’agilità e non occorre neanche tanta tecnica, indispensabili invece quando si scende sulle rocce lungo i sentieri di montagna (che la natura, a differenza dei “disegnatori” dei circuiti da XC, non si è certo preoccupata di adattare alle ruote da 29”). Con una 29” con questo assetto, Schurter ha continuato a vincere, come faceva con la 27” che ha usato fino all’anno scorso, dato che dispone di una tecnica di guida eccezionale, che gli permette di fare a meno dei vantaggi in termini di stabilità che danno le 29” in assetto standard (ovvero con manubrio più in alto della sella, il che consente una guida con busto alto, che da più sicurezza specie in discesa a coloro che, con un assetto da 26”, sono limitati da carenze tecniche o dalla paura).

In definitiva, la 26” ha le sue specifiche qualità, impossibili ovviamente da ottenere su altri formati, ma per sfruttarne le potenzialità bisogna imparare a guidarla… come una 26”!! Altrimenti, se la si guida come una 29”, quest’ultima non potrà che risultare migliore (ed è il motivo per cui tanti la ritengono tale).

E allora, se è importante saperla guidare, niente è più utile di una “full rigid” come la LT270 per allenarsi e imparare a enfatizzarne le caratteristiche di agilità e reattività. In questo modo si riuscirà a fare cose impossibili con una 29”, ma prima bisogna imparare a farle, e non basta certo saltarci su e pedalare. Nel mio piccolo, quindi, il mio consiglio, specie a chi sta cominciando oggi a uscire in mtb, è di procurarsi una 26” rigida (le si trova per due lire, e si mettono a posto divertendosi per un paio di pomeriggi ad armeggiare con pinze, cacciaviti e brugole) e imparare a usarla cercando di migliorare i propri limiti. Oggi abbiamo a disposizione un’infinità di formati di bici “facili”, ma saper guidare davvero una mtb ci consentirà di cavarcela anche nelle situazioni più complicate (quelle dove non basta avere una enduro da 29” per tirarci fuori dai guai).

E le 27”? Sono semplicemente delle 26”, avendo geometrie identiche, cui è stato aumentato il diametro delle ruote di circa il 3%. Di conseguenza sono, rispetto alle 26”, leggermente più stabili e leggermente meno agili; differenze minime (parliamo di un piccolo 3%!!), simili a quelle riscontrabili quando, sulle 26”, si cambia misura dei copertoni passando dai 2.0 ai 2.25. Mi pare quindi difficile negare che il cambio di formato da 26” a 27” sia stato solo una mossa di marketing, per costringere ancora una volta a una rottamazione di massa delle mountain bike acquistate fino al giorno prima.

S2240024
mtb 26″ e 29″ fianco a fianco in una pausa durante il viaggio attraverso l’Umbria; nella nostra banda sono rappresentate tutte le tipologie di mountain bike

Chiudo con una considerazione, stavolta non da biker ma da ingegnere meccanico che lavora come progettista da vent’anni: mi chiedo se, prima o poi, il “cicloutilizzatore medio” si renderà conto che le bici non sono come le auto o gli aeroplani, che in vent’anni invecchiano davvero perché le complesse tecnologie con cui son costruite si aggiornano di giorno in giorno.

Proviamo a guardare cos’è la nostra bici, con occhi realistici e disincantati: un paio di tubi saldati tra loro, due ruote piazzate sotto, e un paio di accessori che permettono di pedalarci sopra. Sempre da progettista, vi dico che ottimizzare una mountain bike significa far si che la somma delle sue caratteristiche abbia il massimo valore possibile. E’ chiaro che, singolarmente, ciascuna caratteristica potrebbe essere migliorata; solo che, se su una mountain bike ottimizzata si apporteranno modifiche per migliorare una delle caratteristiche di un valore ad esempio del 5%, altre caratteristiche peggioreranno, e soprattutto, IMPORTANTISSIMO PER UN PROGETTISTA, peggioreranno di un valore superiore a quel 5%. In questo modo, la somma di tutte le caratteristiche avrà un valore inferiore a quello ottenuto quando i progettisti avevano ottimizzato la mountain bike (ottenendo quindi una mountain bike che magari sarà migliore per una singola caratteristica, ma sarà complessivamente peggiore).

In pratica, ottimizzare un progetto significa portarlo nel punto di massimo valore (chi ha un po’ di esperienza di analisi matematica o almeno di grafici, faccia riferimento al punto di massimo nel grafico di una funzione). Qualunque scostamento da questo punto di massimo (ovvero qualunque intervento per migliorare una singola caratteristica della bici), significa portare il progetto complessivo a un valore inferiore. Le 26” sono state ottimizzate più di vent’anni fa, da progettisti chiaramente competenti quanto gli attuali. Ora, dato che non è nel frattempo sopravvenuta nessuna nuova scoperta in grado di rendere obsoleta quella ottimizzazione (che so, sterzo sulla ruota posteriore, ruote ovali sfasate di 90°, pedali al manubrio), l’ottimizzazione del progetto di una mountain bike è identica a quella di vent’anni fa. Giusto per capirci, questo vuol dire che se oggi non esistesse la mountain bike, e un progettista si sedesse al tavolo di lavoro per progettare una nuova bici, adatta per andare in montagna, arriverebbe a realizzare, pur non conoscendola, una mountain bike IDENTICA a quella progettata e ottimizzata dai suoi colleghi alcuni decenni prima. E’ quindi ovvio che qualunque modifica rispetto a quel progetto, non può che comportare un peggioramento, e ciò riguarda anche il passaggio da 26″ a 27” (peggioramento fortunatamente minimo, dato che, per evitare disastri in questa modifica dettata esclusivamente da strategie di marketing, la differenza di formato ruote è stata limitata a un quasi insignificante 3%). L’unico modo per aggirare questa regola della progettazione, e realizzare qualcosa di veramente nuovo, è cambiare radicalmente la tipologia di mountain bike: questo è ciò che si è fatto con le 29” e che, per i motivi visti prima, ha senso dal punto di vista progettuale.

DSC01805
La Bianchi LT270 e la sua collega “full rigid”, portate fino a Cala Luna dalla squadriglia veneta della nostra banda, Alessandro Trabucco e Michele Torchiano, nell’escursione fatta a maggio

Riassumendo, potremmo dirla così: studiate una volta per tutte le geometrie ottimali per una mtb, ma cosa volete che si possa inventare da un mese all’altro, come vorrebbero farci credere, su un mezzo meccanico di una tale disarmante semplicità?!!!!

La realtà, con buona pace di mercanti e creduloni, è che le bici invecchiano molto meno dei biker!!!

Stefano Tuveri

Un pensiero su “VENT’ANNI DI STORIA DELLA MTB RIASSUNTI IN QUESTA REVISIONE GENERALE DELLA BIANCHI LT270 DEL ‘97 – 3^ PARTE

  1. Ho una bianchi LT 270 convertita in velocista su sterrato con una vittora randonner 700×35 davanti e una 700x42c decathlon dietro( fuori produzione purtroppo) … Ne ho fatto la scorta perché uniche in quella misura a entrare al millimetro nel carro posteriore… salvo scartavetrarmi col brecciolino sia i foderi che le traverse…Faccio da più di 25 anni stesso percorso sul Adda da Trezzo a Imbersago e trovo questa mia configurazione di telaio cerchi e gomme la mia migliore configurazione per velocità superiori ai 30km/h su percorso misto… Avevo provato a mettere le Vittoria da 700×40 randonner dietro ma interferivano col telaio… Al contrario delle più piccole 42 c Decathlon…Sono pronto a sperimentare gomme più adatte al tipo di fondo ma senza perdere in scorrevolezza… Davanti per me il randonner 40c provato mi dava molta sicurezza nei passaggi impegnativi su pietre affioranti ad alta velocità ma era esteticamente meno elegante non potendo montare analoga copertura dietro… Con la tecnica comunque si riesce a supplire con il 35 rischiando un po’ ovviamente…Adesso vedo tanti con le gravel ed ero tentato di comperare una Fuji 2.3 in acciaio… Fuori produzione…!!! Pazienza rimango con la mia sicuro che non avrei migliorato visto che ormai sono plasmato sulla Bianchi LT.
    Sono felice di sapere che le mie considerazioni fatte di uscite decennali su questo mezzo siano ora confermate da Stefano con riscontri oggettivi di dati tecnici e misurazioni.
    Unica richiesta è quale modello di guarnitura tripla di qualità alta Shimano posso montare per sostituire la seconda tripla cambiata nel 2020 per usura dei denti. Quella che mi hanno montato è di bassa qualità anche se al momento funziona egregiamente… Ma io non spingo più di forza come prima del Covid…!!!!
    Scusate se mi sono dilungato… Ma dopo essermi letto in pochi giorni tutto quanto scritto da Stefano ci può stare…ci mancavano solo i Ciao Piaggio ELETTRICI sulle rive del Adda…!!!!

    "Mi piace"

Scrivi una risposta a Alessandro Mercato Cancella risposta