Siamo arrivati alla terza puntata di questa serie di consigli della trisavola, ma vale comunque la pena ripetere quella che era stata la premessa fatta quando questa “dispensazione di saggezza (!!!)” iniziò: questi articoli si rivolgono a coloro che stanno iniziando adesso ad andare in mountain bike. Ciò significa che chi ha già una certa esperienza tutte queste cose dovrebbe conoscerle già abbondantemente, per quanto qualche spunto utile potrebbe comunque trovarlo.
Bene, se le prime due puntate erano state dedicate alla fase preparatoria della propria mtb, adesso invece ci mettiamo in sella e cominciamo la nostra avventura (chi è alle prime uscite, ha la fortuna di godersi appieno anche i percorsi più semplici, che saranno comunque una novità, apprezzando situazioni e sensazioni che a volte sfuggono, ed è un peccato, a chi pratica la mountain bike da anni).
Avete presente quelle persone petulanti che osservano tutto ciò che facciamo, e ci infliggono un continuo stillicidio di consigli/critiche/commenti? Bene, per poter buttar giù quest’articolo, che spero almeno sia utile, mi trasformerò in uno di questi orrori umani.
E così ecco che, appena il nostro amico salta in sella e fa le prime pedalate, ci salta subito all’occhio il primo grossolano errore: pedala poggiando la parte centrale della pianta del piede!!
E’ un classico quando si inizia ad uscire in bici, perché non si è abituati a spingere sfruttando tutta la gamba. Quindi, senza stare a girarci troppo intorno, modifichiamo immediatamente la posizione del piede, poggiandolo in modo che l’asse del pedale sia in corrispondenza del metatarso, ovvero la parte immediatamente posteriore alle dita.

Già che ci siamo, una volta poggiato correttamente il piede sul pedale, vediamo anche di pedalare articolando la caviglia in modo che la spinta sul pedale sia ottimale, ovvero che si abbia una pedalata “rotonda”. Questo tipo di pedalata non si ottiene magicamente utilizzando gli agganci, ma piuttosto facendo si che il piede spinga sul pedale anche quando questo avanza orizzontalmente (e quindi non limitandosi a fare i “pistoni” schiacciando verso il basso). Come si impara a pedalare “rotondo”? Sicuramente NON agganciandosi ai pedali (che anzi, quando non si ha ancora imparato, favoriscono il cronicizzarsi di una modalità di pedalata sbagliata), per cui quando si è agli inizi è importante utilizzare dei flat. Durante la pedalata, bisogna prestare attenzione a spingere anche orizzontalmente (sia in avanti che all’indietro), e per riuscirci sarà naturale articolare la caviglia, ovvero inclinare il piede in modo da riuscire ad applicare forza sui pedali.
Bene, una volta stressato abbondantemente sulla “questione piede-pedale” il nostro povero amico novizio, passiamo agli arti superiori, perché anche qui si verificherà un altro classico delle posture sbagliate: le braccia tese.
Per evitare questa postura errata delle braccia, che provoca diversi problemi (che poi vedremo), l’ideale sarebbe iniziare a praticare la mountain bike con una full-rigid, perché smorzare le irregolarità sul terreno flettendo le braccia verrebbe naturale, salvo volersi giocare la cervicale alla prima uscita.
Nei novizi, il motivo principale per cui si tengono le braccia tese è che si tende a pedalare col busto più alto possibile, e per modificare questa postura è necessario inizialmente imporsi una posizione di guida più bassa, che ai più appare innaturale.
Come trovare la posizione corretta? Lasciando perdere le indicazioni mirate (che può dare solo chi ha competenze specifiche in materia, ovvero un medico sportivo), seguiamo un’indicazione più generica, che è quella di impugnare il manubrio tenendo le braccia flesse, facendo in modo che i gomiti stiano circa 8-10cm più in alto rispetto ai polsi.

A questo punto, il nostro amico “new biker” potrà considerarsi libero di pedalare senza stress? Ma neanche per idea!! Adesso viene il bello, perché lo seguiremo come dei falchi mentre pedala, pronti a riprenderlo ogni volta che sgarrerà.
E infatti, eccolo pedalare in perfetto “paracarro style”, ovvero muovendosi con la bici con la grazia di un monoblocco. Se il “paracarro style” può essere in qualche modo accettabile sulle bici da corsa (ricordiamo Ivan Basso, fenomenale in salita, ma rigido come uno stoccafisso in discesa, dove dilapidava minuti e perdeva i grandi giri), è invece da evitare con cura quando si guida una mountain bike, perché ne va della propria sicurezza (dato che in mtb bisogna saper essere reattivi, scartare ostacoli e non perdere il controllo del mezzo anche nelle situazioni più complicate).
Qui il nostro amico non potrà certo migliorare nell’oretta di stress che gli riserviamo massacrandolo di perle di saggezza. Gli ci vorranno molte uscite, e oltre a questo ciascuno ha una sua sensibilità di guida, e di conseguenza acquisirà una differente confidenza con la mountain bike. Ciò a cui si deve tendere è sentirsi tutt’uno col mezzo, accompagnandone i movimenti con quelli del proprio corpo. Ripeto, non tutti abbiamo le stesse capacità e la stessa sensibilità, però è importante cercare di ottenere il massimo da se stessi.
Come fare? Beh, la prima cosa è un classico delle due ruote, ovvero piegare in curva, che significa poter affrontare una sterzata anche improvvisa a velocità superiore, il che fa la differenza tra evitare un ostacolo o centrarlo in pieno.
Un’altra cosa molto importante è poi l’assetto di guida che si tiene in discesa, in particolare su fondo dissestato. Portiamo quindi il nostro amico su una breve rampa in discesa, stando attenti a sceglierne una con fondo abbastanza buono, e pendenza non superiore al 4-5% (avrà modo più avanti di provare l’ebbrezza della velocità su pietraie verticali; per adesso DEVE imparare come si guida una mountain bike, cosa per niente facile nè banale). Siccome correggerlo “in corsa”, in questo caso, rischierebbe di metterlo in difficoltà, stavolta i consigli glieli diamo prima.
E quali sono i consigli per affrontare bene una discesa su sterrato? Quello fondamentale è che i nostri arti devono essere i nostri ammortizzatori principali. Ecco perché sarebbe importante che i novizi cominciassero a pedalare sulle full-rigid; perché in assenza di forcella e ammortizzatore sarebbero decisamente più “invogliati” a smorzare i colpi usando bene braccia e gambe.

Quindi, la posizione corretta è quella con braccia flesse e gomiti verso l’esterno, e soprattutto (FONDAMENTALE!!) senza sedersi ma stando sollevati di qualche centimetro dal sellino, tenendo i pedali alla stessa altezza. In questo modo, non solo si smorzano anche con le gambe i colpi dovuti alle asperità del terreno, ma si è in grado di essere mobili, spostando il proprio corpo (ovvero il proprio baricentro) in modo da assumere per ciascuna situazione la posizione ottimale. Si deve abbassare il busto in modo da tenere il baricentro basso (e diminuire il momento che tenderebbe a ribaltarci in avanti in caso di urto), e in caso di frenata lo si deve abbassare ulteriormente e arretrare, in modo che il peso continui a distribuirsi su entrambe le ruote e la frenata sia più efficace (altrimenti si scaricherebbe la ruota posteriore, diminuendo notevolmente la potenza frenante totale della mtb). Tutti questi movimenti sulla sella li si fa propri col tempo, acquisendo la sensibilità necessaria a farci assumere la posizione ottimale per ciascuna situazione. Pian piano questi movimenti diventano naturali e istintivi, e questo è importante quando ci troviamo di fronte qualche imprevisto, perché ci consente di affrontarlo al meglio nella frazione di secondo che abbiamo a disposizione.
Chiudo con un ultimo consiglio su una tecnica che era fondamentale quando si andava quasi esclusivamente sulle full rigid e con pedali flat. In discesa, oltre a restare sollevati di qualche centimetro sopra il sellino, lo si stringe con le gambe, in modo da ancorarsi alla bici ed evitare di venire sbalzati in caso di irregolarità molto marcate del fondo stradale, e ancor più in caso di urto contro un ostacolo sul terreno. Con l’utilizzo degli agganci, questa tecnica è caduta un po’ in disuso, ma resta fondamentale per chi utilizza i flat, e sarebbe comunque utile anche da agganciati, perché aumenta i punti di contatto, e quindi di controllo, del mezzo.
Bene, dopo queste ultime raccomandazioni il nostro new biker avrà un discreto mal di testa, motivo in più per affrontare con prudenza queste prime discese che gli stiamo facendo sperimentare. Con un po’ d’impegno, noterà ben presto i suoi progressi, evolvendosi da paracarro a biker, e questo aumenterà di parecchio la propria sicurezza in sella. Certo, dovrà mettere in conto che non esiste nessuna ricetta magica per evitare le cadute, ma come dico sempre a chi sta iniziando, è impossibile imparare a non cadere, e quindi è fondamentale imparare a cadere bene.
Saper cadere consente di limitare i danni, e anche a cadere si impara gradualmente, evitando di fare il passo più lungo della gamba e affrontando le situazioni via via più impegnative solo dopo che si è acquisita la tecnica e l’esperienza necessaria.
Ecco che a questo punto il nostro amico ha ricevuto tutti i consigli principali che potevamo dargli, Adesso non gli resta che macinare chilometri e metterli in pratica. Noi non possiamo fare altro che augurargli BUON DIVERTIMENTO!!
Stefano Tuveri
(ingegnere e progettista/collaudatore meccanico)

Buongiorno Stefano,
scrivo solo per dirti che ho scoperto solo una settimana fa questo sito e che lo trovo davvero interessante per le spiegazioni dettagliate e le argomentazioni scientifiche date a loro sostegno.
In più mi riporta un po‘ indietro nel tempo, quando cavalcavo una -purtroppo rubata-Peugeot Crazy Horse Bordeaux in acciaio, pesantissima, fuori taglia, cambio simplex e freni (ahaha) cantilever.
Volevo anche ringraziarti per l’aiuto che le nozioni presenti sul tuo sito mi stanno dando sul lavoro: sono da un paio di mesi „ciclomeccanico“ da Decathlon (e via con gli insulti) in una grande città tedesca e quello che non mi spiegano me lo devo imparare da solo (aspettando di fare il tanto agognato Ausbildung, l‘apprendistato tedesco).
Scusa per la divagazione, continuerò in ogni caso a leggere il sito
ti auguro una buona giornata,
Andrea
Ps: dopo una Cube Ltd race 2009 rubatami in cortile (pure qui mannaggia), guido ora una Centurion no pogo fun (fully) del 1998. Gran bici pagata un‘inezia
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Buongiorno Andrea, mi ha fatto particolarmente piacere leggere il tuo messaggio e sapere che articoli e analisi presenti in queste pagine ti sono utili per il lavoro. La realtà ciclistica (e non solo) tedesca è decisamente più matura di quella italiana, son sicuro che il tuo lavoro ti darà sempre più soddisfazioni. Nel limite del possibile, se ti occorre qualche informazione, questi spazi commenti sono a disposizione
Stefano Tuveri
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Buongiorno Stefano,
sono un pivello di 57 anni che per vari motivi ha deciso di regalarsi al 60 compleanno una gran fondo di 200 km. frattura trimalleolare mi impedisce di correre a piedi o di far trekking e l’alternativa per fare un po di moto rimane la bici….. forse.
Sto preparando il piano di allenamento e cercando di capirci qualcosa sulle biciclette…. ho acquisito una decina di “vecchie” bici e sto cercando di adattarle per renderle un minimo adatte all’allenamento con discreti risultati ( la mia compagna che gode delle mie abilità non ha mai corso in bici fino a 6 mesi fa e ora tiene 25 di media in pianura per un paio d’ore….. cosa incomprensibile per tutti).
tutto sto pippone per ringraziarti delle informazioni trovate sul sito che mi hanno di molto aiutato…. e fatto risparmiare qualche euro.
Io poi lavoro nel marketing e quindi son sospettoso di natura.
Credo di aver compreso che il telaio/pneumatici con una propria geometria determinano la stabilità/maneggevolezza della bici oltre che la “Comodità”. Il Biker appollaiato invece deve avere una propria geometria per evitare di logorarsi oltre necessità e per far questo intervengono le regolazioni su manubrio, sella e pedivelle.
Se l’ipotesi non è troppo azzardata mi vien da chiedermi:
Faccio una visita biomeccanica seria dove vengono attribuite le quote per il posizionamento di sella in funzione del manubrio in funzione delle pedivelle e ho la “geometria” del biker.
Tali misure sono trasferibili a qualunque telaio dove ci siano margini di regolazione?
Cioè piglio per il coppino il biker e lo posiziono su una bici che abbia le stesse quote a prescindere dalla geometria della bici salvaguardando comunque le articolazioni o ogni bici potrebbe avere la sua posizione esclusiva?
Prima di spendere cifre per una bici adatta allo scopo volevo vedere se riesco a fare in allenamento almeno 200 km di fila, al momento sono a 100 e quindi ho ancora un po da soffrire…. con poca voglia di buttar soldi.
Una buona giornata…. tutti i giorni
roberto
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Buongiorno Roberto, mi fa piacere che gli articoli del sito ti stiano tornando utili. Se il tuo obiettivo è un’uscita da 200km fra tre anni, procedi con calma e senza forzature, hai tutto il tempo per raggiungere quella condizione atletica. 200km infatti sono una distanza che richiede una condizione fisica da atleta (condizione fisica che è di un livello superiore rispetto a quella della maggioranza di escursionisti e appassionati, che per quanto più o meno allenati non possono definirsi atleti). Il suggerimento che posso darti io è quello di allenarti non puntando solo su uscite lunghe, ma anche su uscite brevi (1h-1h30’) ma affrontate con intensità. Il come gestirsi fisicamente lo si acquisisce con l’esperienza, e nel tuo caso, dato che stai iniziando adesso (e quindi quell’esperienza inevitabilmente manca), ti sarebbe senz’altro d’aiuto un supporto da parte di un preparatore atletico (niente di supercostoso, l’importante è che abbia ad esempio una tabella con un programma da seguire, poi puoi gestirtelo da solo), o almeno di un gruppo di amici con anni di esperienza sulle spalle.
Riguardo alle geometrie “trasferibili”, ovvero all’assetto di guida da riproporre identico da una bici all’altra, è possibile solo su bici della stessa tipologia. Inoltre, bisogna tener conto della tipologia di percorsi che si affrontano. Ti faccio degli esempi pratici.
Una mtb 26” richiede un certo assetto di guida. Se passi da una front a una rigida, puoi mantenere lo stesso assetto di guida. Devi però tener conto anche del differente utilizzo che farai delle due bici. La front verosimilmente la utilizzerai su forti pendenze, fondi scassati, e in generale situazioni che ne complicano il controllo. Rispetto alla rigida, pertanto, avrai vantaggi ad abbassare la sella di 1-2cm (il che, come conseguenza, diminuirà anche il dislivello sella/manubrio, altro vantaggio quando si guida su percorsi tecnicamente impegnativi).
Se poi si passa da una 26” a una 29”, quest’ultima richiede una posizione di guida differente. Avendo un manubrio più largo, ci si troverà meglio con una posizione del busto un po’ più alta (sia per l’efficienza della pedalata che per il controllo del mezzo), il che richiede di studiare da capo tutto l’assetto con cui stare in sella.
Se poi si passa a bici con dropbar, come le bici da corsa e le gravel, la situazione cambia ulteriormente, perché l’assetto va studiato in funzione delle differenti prese che son possibili sul manubrio.
Potremmo continuare con altri esempi (mtb biammortizzate, all mountain, enduro ecc.), ma credo sia chiaro il senso del discorso: l’assetto di guida è funzione non solo delle nostre caratteristiche fisiche, ma anche delle caratteristiche della bici, e del tipo di guida che richiede.
Vale pertanto un discorso analogo a quello per l’allenamento: con l’esperienza si riesce a gestire da se l’assetto corretto per la bici. Ma questo richiede anni di pratica dello sport, confronto con persone più esperte, lettura di materiale informativo redatto da professionisti, e soprattutto millemila errori prima di arrivare alle soluzioni giuste. Mi sento quindi di suggerirti, dato che ti sei prefissato di arrivare in tre anni a un obiettivo impegnativo, e quindi i tempi per tutto quanto elencato sopra sarebbero decisamente stretti, di farti supportare da persone competenti.
Dovrei averti scritto tutto, se ti va tienici aggiornati sulla tua attività, e se hai domande gli spazi commenti sono a disposizione di tutti voi
Stefano Tuveri
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